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La criminalizzazione dell’ecocidio come strategia macroeconomica a lungo termine
Questo articolo ospite è stato scritto da Rafael Kemelmajer, economista e cofondatore di RITA (Regional Impact Trade Alliance).

Questo articolo ospite è stato scritto da Rafael Kemelmajer, economista e cofondatore di RITA (Regional Impact Trade Alliance).

Nell’economia globale contemporanea, il problema non è più solo il rischio, ma l’illusione che esso possa continuare a essere esternalizzato senza alcun costo. Per troppo tempo, certi danni estremi sono stati trattati come incidenti isolati o come il prezzo accettabile della crescita. Oggi, in un mondo caratterizzato da shock a catena, contenziosi transnazionali e bilanci esposti, questa finzione non è più sostenibile. Criminalizzare l’ecocidio non è una dichiarazione etica né una tendenza normativa: è una decisione di politica economica volta a impedire che la crescita di oggi sia finanziata dalla distruzione del valore di domani.

L'economia del rischio è cambiata

Per decenni, i gravi danni agli ecosistemi sono stati considerati come un’esternalità: costi collaterali, diffusi e, soprattutto, rinviabili. Tale presupposto non è più valido. I rischi fisici, legali e reputazionali sono diventati sistemici, quantificabili e sempre più immediati.

I fondi sovrani, le compagnie assicurative globali, le banche di importanza sistemica e le autorità di regolamentazione finanziaria non valutano più i progetti esclusivamente in base al rendimento atteso, ma anche in base alla loro esposizione a eventi estremi, contenziosi complessi e alla perdita improvvisa di valore territoriale. In questo contesto, la criminalizzazione dell’ecocidio cessa di essere una discussione normativa e diventa un segnale istituzionale su come un’economia gestisce i propri rischi di coda.

La questione rilevante non è più se tali rischi esistano, ma chi se ne faccia carico quando si concretizzano.

Ecocidio: dal dibattito etico al bilancio macroeconomico

Per “ecocidio” si intendono gli atti commessi con la consapevolezza che sussista una probabilità sostanziale di causare danni gravi all’ambiente, di portata estesa o di lunga durata. La sua qualificazione come reato penale comporta la responsabilità personale e societaria qualora vengano superate determinate soglie critiche.

Da un punto di vista macroeconomico, ciò equivale a proteggere i beni produttivi essenziali. Gli ecosistemi non sono solo patrimonio naturale: sono infrastrutture economiche. Quando si degradano, l’impatto non scompare, ma si trasforma in passività fiscali, shock di offerta, cali di produttività e pressioni persistenti sulla spesa pubblica.

Ignorare questo nesso significa confondere la crescita con lo sfruttamento.

Il problema economico della visione a breve termine

Alcuni investimenti continuano a essere difesi in nome dell’occupazione, della competitività o della redditività immediata, anche quando comportano un’elevata probabilità di danni irreversibili. Il problema non è retorico né ideologico; è economico.

Questi progetti massimizzano i flussi di cassa a breve termine, provocando al contempo gravi danni a settori fondamentali quali le risorse idriche, il suolo, la stabilità territoriale e la salute pubblica. Quando i danni si concretizzano, i benefici privati vengono diluiti, mentre i costi vengono socializzati.

In termini strettamente macroeconomici, si tratta di progetti con un valore atteso negativo: profitti concentrati a fronte di perdite pubbliche persistenti. Criminalizzare l’ecocidio rende tale rischio visibile al mercato e impedisce di premiare modelli di business basati sull’esternalizzazione sistematica dei costi.

Quando il mercato inizia a scontare i danni

L'impatto dell'ecocidio diventa rilevante per il capitale quando si traduce in prezzi, costi e premi di rischio:

In parole povere, i danni ingenti prosciugano i flussi di cassa futuri. Criminalizzare l’ecocidio mira a preservare la capacità di un’economia di generare redditi costanti e prevedibili.

Esempi quantificabili di ecocidio e del suo impatto economico

Il legame tra ecocidio e collasso economico non è puramente teorico. È documentato, quantificato e, in alcuni casi, assicurato:

Questi casi presentano un andamento ben definito: quando l’ecocidio supera determinate soglie, i benefici privati iniziali svaniscono rapidamente e i costi si trasformano in oneri pubblici, perdita di valore ed erosione della credibilità istituzionale. Un singolo evento di questa portata può azzerare anni di crescita.

Biodiversità, innovazione e vantaggio strategico

Oltre all’acqua e al suolo, la biodiversità rappresenta una risorsa economica strategica. È la banca genetica da cui dipendono settori quali la biotecnologia, la farmacologia e i fattori di produzione avanzati per la produzione alimentare.

Il degrado degli ecosistemi erode le materie prime di cui dipendono settori che a livello globale valgono trilioni di dollari. Al contrario, i paesi che proteggono questi beni stanno salvaguardando i futuri brevetti naturali e attirando investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Da questo punto di vista, criminalizzare l’ecocidio non ostacola l’innovazione: ne protegge invece il flusso.

In anticipo rispetto agli standard globali

Il dibattito non è più puramente ipotetico. Nel settembre 2024, Vanuatu, le Figi e Samoa hanno presentato formalmente all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale una proposta volta a riconoscere l’ecocidio come quinto crimine internazionale. L’iniziativa, che si avvale della definizione elaborata da un gruppo di esperti nel 2021, sta riscuotendo un sostegno crescente (anche da parte della Repubblica Democratica del Congo) e sta procedendo nei negoziati diplomatici, sebbene la sua adozione richieda una maggioranza qualificata e possa richiedere diversi anni.

Tra i paesi pionieri figurano la Francia (che ha introdotto il reato nel 2021) e il Belgio (che lo ha riconosciuto esplicitamente nel suo nuovo Codice penale nel 2024, primo paese europeo a farlo a livello nazionale e internazionale). Nel Regno Unito, la Scozia ha presentato nel maggio 2025 il disegno di legge sull’ecocidio (Scozia), attualmente nella fase 1 dell’iter parlamentare, con una possibile votazione prevista per il 2025-2026.

Nel 2024 l’Unione europea ha adottato una direttiva sui reati ambientali che obbliga gli Stati membri a qualificare come reato i comportamenti“paragonabili all’ecocidio” entro maggio 2026.

Per le multinazionali, operare in giurisdizioni allineate agli standard emergenti non rappresenta un onere aggiuntivo, ma un modo diretto per mitigare i rischi legali, reputazionali e finanziari.

Un'assicurazione sistemica per l'economia

Criminalizzare l’ecocidio non solo pone dei limiti ai progetti ad alto rischio, ma rafforza anche il resto del sistema produttivo. Funziona come un’assicurazione collettiva:

Da un punto di vista macroeconomico, non si tratta di frenare la crescita, ma di migliorarne la composizione e la resilienza.

Questo scoraggia gli investimenti?

Solo investimenti basati sull'esternalizzazione dei costi.

Il capitale che fugge di fronte a regole chiare tende ad essere volatile, ad avere un elevato fabbisogno di risorse e a essere poco radicato nel territorio. Il capitale che rimane è invece più basato sulla conoscenza, meno esposto a shock reputazionali e più compatibile con legami produttivi duraturi.

A lungo termine, quella differenza conta.

Vantaggio competitivo a lungo termine

Criminalizzare l’ecocidio non appesantisce l’economia né scoraggia gli investimenti di qualità. Costringe il mercato a internalizzare costi che già esistono sotto forma di rischi sistemici, migliorando l’efficienza allocativa e la resilienza dei bilanci.

Le economie che adotteranno questa logica otterranno un vantaggio competitivo attirando capitali pazienti, talenti di alto livello e flussi di investimento in linea con orizzonti a lungo termine. Chi invece ritarderà tale transizione potrà forse mantenere rendimenti immediati nel breve termine, ma esporrà i propri sistemi finanziari e produttivi a shock evitabili che minano le fondamenta stesse di una prosperità duratura.

In un mondo in cui gli investitori istituzionali danno già la priorità alla stabilità territoriale e alla gestione del rischio di coda, riconoscere questi costi non è interventismo: è il presupposto fondamentale per una competitività duratura.