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Siamo entrati nell'era della “guerra climatica”
Questo articolo ospite è stato scritto da Richard Rogers, direttore esecutivo di Climate Counsel, e da Moneim Adam, direttore esecutivo del Sudan Human Rights Hub, ed è stato originariamente pubblicato su Euronews.

Questo articolo ospite fa parte di una serie pensata come spazio dedicato ai numerosi movimenti e campagne internazionali che, in tutto il mondo, si oppongono alla distruzione degli ecosistemi, per consentire loro di condividere le proprie storie, i propri racconti e i propri punti di vista.

Questo articolo ospite è stato scritto da Richard Rogers, direttore esecutivo di Climate Counsel, e da Moneim Adam, direttore esecutivo del Sudan Human Rights Hub, ed è stato originariamente pubblicato su Euronews.

Siamo entrati nell’era della “guerra climatica” – Le nostre istituzioni globali devono essere all’altezza della sfida

Di Richard J. Rogers e Moneim Adam

Da decenni gli esperti in materia di diritti umani prevedono la possibilità che i cambiamenti climatici, con le pressioni ambientali che ne derivano, possano alimentare violenti conflitti tra gli esseri umani. Gli eventi meteorologici estremi e la scarsità di risorse rappresentano ormai un fattore determinante nell’aumento dei conflitti che si registrano in tutto il mondo.

La dipendenza della civiltà da un mondo vivente stabile e sano è da tempo uno dei temi preferiti dagli scrittori di fantascienza: i disastri ambientali che scatenano conflitti sono infatti presenti nei mondi distopici di autori come Margaret Atwood, Octavia E. Butler e persino il Dr. Seuss. Ma mentre queste “guerre ecologiche” immaginarie venivano spesso descritte come allegorie o moniti sui pericoli futuri, oggi sono diventate una realtà concreta.

L’ONU riconosce il cambiamento climatico come un “moltiplicatore di minacce” per la pace e la sicurezza internazionali. Ciò significa che il cambiamento climatico non solo aggrava le condizioni che possono portare a un conflitto, ma accelera anche l’escalation dei conflitti fino alla guerra. Mentre alcune parti del mondo, spesso proprio quelle che hanno la maggiore responsabilità nella crisi climatica, sono state in gran parte al riparo da questi effetti, vi è un numero enorme di persone che vive in aree del globo che stanno attualmente subendo destabilizzazione e violenza causate dal clima.

Già nel 2007, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, aveva individuato nel cambiamento climatico una delle cause principali della tragedia in corso nel Darfur, in Sudan. Con le precipitazioni annuali nella regione in costante calo sin dagli anni ’80, la scarsità d’acqua è al centro di una guerra che dura ormai da mezzo secolo, con oltre 300.000 abitanti del Darfur uccisi e due milioni di sfollati.

Da quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deferito il conflitto alla Corte penale internazionale (CPI), diverse persone sono state incriminate. La CPI dovrebbe avvalersi delle proprie risorse e competenze per analizzare il nesso tra lo stress idrico e la violenza nel Darfur e rendere nota questa preoccupante tendenza.

I conflitti armati sono, a loro volta, una fonte e una causa di danni ambientali. In Sudan, ad esempio, i gruppi armati che cercano di trarre profitto dall’estrazione illegale dell’oro hanno (con l’aiuto del Gruppo Wagner) inquinato il suolo e le fonti idriche di intere comunità con mercurio e cianuro.

Un esempio più recente è rappresentato dal conflitto in corso in Ucraina, dove le conseguenze ambientali della guerra si faranno probabilmente sentire per le generazioni a venire. La distruzione della diga di Nova Kakhovka, il cui impatto ecologico è stato ripetutamente definito “ecocidio”, ha inondato vaste aree di terreno fertile e ha sollevato allarmi riguardo allo sversamento di agrotossine e sostanze petrolchimiche nel Mar Nero.

La Corte penale internazionale (CPI) dispone già degli strumenti giuridici necessari per perseguire i responsabili di tali crimini. Lo Statuto di Roma prevede numerose disposizioni relative alle atrocità ambientali sia in tempo di guerra che in tempo di pace, eppure la Corte non ha ancora avviato un solo procedimento incentrato sui danni di massa all’ambiente.

In qualità di avvocati e difensori dei diritti umani, chiediamo all’Ufficio del Procuratore di iniziare a avvalersi appieno dei poteri conferitigli dallo Statuto di Roma per esaminare il ruolo che il cambiamento climatico svolge nel provocare e intensificare i conflitti e di dare priorità al perseguimento dei crimini ambientali di massa in tutte le situazioni, compreso il Darfur.

Ciò comporta la nomina di un esperto interno in materia di sicurezza climatica incaricato di fornire consulenza su questi casi; il miglioramento delle politiche e dei metodi investigativi al fine di integrare un approccio forense basato sulla sicurezza climatica; la presentazione di prove che dimostrino in che modo le questioni relative alla sicurezza climatica siano rilevanti ai fini dei reati oggetto di procedimento penale; e l’attribuzione di priorità al perseguimento dei crimini ambientali di natura atroce.

La guerra in Sudan costituisce un monito allarmante e profetico sul nesso causale tra stress ambientale, devastazione e conflitti umani. Se la Corte penale internazionale (CPI) vuole mantenere la propria efficacia al servizio dell’umanità mentre ci muoviamo in una nuova realtà, caratterizzata com’è da incertezze ecologiche e climatiche, lo Statuto di Roma deve essere modificato per riconoscere un reato a sé stante volto a prevenire e punire i danni più gravi arrecati alla natura: l’ecocidio.

Link alla lettera aperta completa qui